Le emozioni ‘strutturate’ nella musica di Incardona.
Una scala stretta e ripida di una casa restaurata all’ Albergheria. La camera la risale. Si ferma al primo pianerottolo, poi allunga lo sguardo sino alla sommità. Lì fanno da quinte due donne anziane. Ci colpisce della donna minuta che sta a destra il volto di cera che esprime una bontà rassegnata. A illuminare la quinta-donne una lampada oscillante. E’ la prima sequenza di Federico Incardona. Ritratto postumo di un musicista di Nosrat Panahi Nejad.
.La camera di Nosrat entra, e il suo movimento oscilla, come la lampada, in un interno affollato di libri, dischi, partiture, quadri scrivanie, lampade da tavolo. Federico Incardona scarnito dalla malattia, l’ espressione seria, le labbra contratte, armeggia attorno a un paralume pieghettato e avvita una lampada. Mehr Licht! (è anche il titolo di una composizione di Incardona) e il motto di Goethe morente riacquista il suo senso apparente.
Il rumore stridente dell’ avvitare la lampada si coniuga con un foglio prezioso di un antifonario portato avanti come una glossa dalla mano invisibile ma presente del regista palese. Il rumore e il suono, che possiamo immaginare, del canto gregoriano si sommano in sincronia reale e immaginaria con il suono che commenta l’ immagine: lunghi pedali di note gravi tenute degli archi e di note acute, estreme delle voci bianche. è la musica di Incardona (Mehr Licht!, Per fretum febris, Malor me bat) che si ascolta mentre l’ occhio ne guarda il suo spettro. Con uno scarto del montaggio Nosrat Panahi Nejad ci mostra, fuori, nella strada, operai che avvitano lampade delle luminarie, issano gli archi, per festeggiare il santo del quartiere. Alle luminarie popolari fanno da contrappunto i lunghi spasmi dei tromboni, i misteriosi battiti delle percussioni di Incardona. Con un altro veloce scarto Nosrat ci rivela i due narratori: la madre di Federico e il musicologo Paolo Emilio Carapezza. Ora Federico è al tavolo di composizione e Nosrat fa avanzare come glossa la foto di Sostakovic. Altro scarto e gli occhi trasparenti di una foto di Federico volano a lambire gli occhi tristi della madre. Altro scarto: si chiude la porta di ferro e il suo pomello di ottone risuona. Otto minuti. I primi otto minuti del «primo movimento» del nuovo videofilm del regista iraniano, trapiantato a Palermo, e che da anni lavora per illustrare «figure e i luoghi di una sua personalissima geografia intellettuale». Il regista assente eppure palese con la ragnatela dei suoi movimenti ci appare come un muto glossatore. I suoi movimenti, soprattutto l’ ombra dei suoi movimenti, così come gli oggetti che entrano in campo, si affermano come «commentaire» allo scenario, e al mistero del mestiere del comporre. Incardona produce rumori. Nell’avvitare la lampadina, nel cancellare le note appena scritte, nel togliere con veemenza le briciole della gomma, nel battere con la sinistra il tempo della battuta da scrivere, ma non pronuncia mai una parola. Ascoltiamo la sua voce soltanto come un reperto esterno quando ci consegna un principio di poetica che parla della strutturazione dell’ emozione. L’ espressione dei sentimenti – dice Federico – ha un senso se essa viene formalmente strutturata. Altrimenti non v’ è comunicazione ma solo raggiro. (…)
Piero Violante«Incardona un ritratto in silenzio», la Repubblica, 4 gennaio 2007, p. 39